Discorso sul metodo
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Introduzione
Il Discorso sul metodo apparve a Leida nel 1637, senza il nome dell'autore, come prefazione a tre saggi scientifici: la Diottrica, sulla luce e le lenti; le Meteore, sui venti, le nubi e l'arcobaleno; e la Geometria, che fondò la geometria analitica. Il titolo completo ne annuncia lo scopo: un discorso sul metodo per ben condurre la propria ragione e cercare la verità nelle scienze. René Descartes aveva allora quarantun anni, viveva nella Repubblica delle Province Unite e aveva trattenuto il suo grande trattato sul mondo fisico dopo aver saputo della condanna di Galileo. Il Discorso fu il suo modo di presentare al pubblico, in forma breve e personale, sia il suo metodo sia un saggio dei suoi frutti.
Ciò che rende il libro unico è la sua forma. Descartes non scrive un trattato, ma racconta la storia della propria mente: la formazione scolastica che gli lasciò più dubbi che certezze, gli anni di viaggio trascorsi a leggere «il gran libro del mondo», il giorno d'inverno in una stanza riscaldata da una stufa in Germania in cui decise di ricostruire il suo sapere dalle fondamenta. Da questa storia nascono le quattro regole del metodo, cioè non accettare nulla che non sia evidente, dividere le difficoltà, procedere con ordine dal semplice al complesso, rivedere tutto, e una morale provvisoria con cui vivere mentre prosegue il lavoro del dubbio.
Al centro del libro, nella quarta parte, sta la frase più celebre della filosofia moderna: «Penso, dunque sono». Avendo deciso di rigettare tutto ciò in cui potesse immaginare il minimo dubbio, Descartes scopre che l'atto stesso del dubitare prova l'esistenza di colui che dubita. Da questa prima certezza egli ricava la distinzione tra mente e corpo, la regola secondo cui ciò che concepiamo chiaramente e distintamente è vero, e le prove dell'esistenza di Dio. La quinta parte delinea la sua fisica e la sua spiegazione della circolazione del sangue, e sostiene che né le macchine né gli animali possono usare il linguaggio come gli esseri umani; la sesta spiega perché egli pubblica e guarda a una scienza pratica che ci renderebbe «padroni e possessori della natura».
Il Discorso fu scritto in francese e non in latino, perché potesse essere giudicato da «coloro che si servono soltanto della loro ragione naturale». Divenne uno dei testi fondatori del pensiero moderno: il punto di partenza del razionalismo, una carta del metodo scientifico e un modello di prosa filosofica in lingua francese. Pensatori da Spinoza e Leibniz a Kant, Hegel e Husserl si sono misurati con il suo argomento.
Questa edizione riporta il testo francese nella sua forma originale, così come è stampato nell'edizione delle opere di Descartes curata da Charles Adam e Paul Tannery (Parigi, 1902), con la grafia del 1637. Le traduzioni seguono lo stesso testo, paragrafo per paragrafo; il breve sommario con cui Descartes aprì il libro è mantenuto all'inizio della prima parte, e brevi note identificano persone, opere ed eventi a cui egli allude.